Team building sull acqua

Team building sull’acqua – come scegliere attività e location adatte anche a chi ha paura dell’acqua?

Team building sull’acqua – come scegliere attività e location adatte anche a chi ha paura dell’acqua?

C’era una volta una persona, di circa 45 anni, che non sapeva nuotare. Questa persona, impiegata da oltre sette anni in una nota multinazionale, di questo “limite” non fece mai parola con i suoi colleghi. Proprio mai. Finché un giorno arrivò dal People Manager dell’azienda un invito che non si poteva rifiutare. E che avrebbe “costretto” questa persona a meditare su una possibile soluzione. Quell’invito suonava più o meno così:

“Buongiorno colleghi.
Vi comunico ufficialmente che il giorno X, presso la sede Y, a partire dalle ore Z, siete invitati ad una giornata di team building aziendale sul lago Pinco Pallino, dove al termine di una serie di giochi all’aria aperta ci concederemo una lunga traversata in canoa, pagaiando insieme. Per l’occasione ricordiamo a tutti di indossare vestiario comodo e di portarsi un cambio e una borraccia d’acqua.”

Canoa? Pagaia? Lago? Acqua? “Oddio, io non so nuotare”, avrebbe concluso, terrorizzata, quella persona. Come avrebbe mai potuto partecipare all’attività di team building con i colleghi e, soprattutto, prendere il largo in canoa?

team building Lago di Pusiano con Corefab
Lo staff di COREFAB sul lago di Pusiano con i packraft (canoe gonfiabili) di Tracciatrekking.

Stiamo esemplificando, ovviamente. E anche un po’ estremizzando. L’idea è quella di immedesimarsi in quella persona che invece di essere entusiasta di vivere un’esperienza di team building coi colleghi, si trova in imbarazzo, in difficoltà, perché spaventata all’idea di non saper gestire la situazione. L’aneddoto potrebbe sembrare di fantasia: vi assicuriamo che non lo è. E oltre a confermare che si tratti di un episodio vero, nemmeno tanto isolato, possiamo anche rassicurarvi: quella persona, come tutte le altre che hanno provato le attività di team building di Corefab in natura, e in particolare sull’acqua, sono “sopravvissute”. 🙂 E hanno scelto spontaneamente di navigare un bacino d’acqua con canoa, pagaia e giubbotto salvagente. Pur non sapendo nuotare. Così sorpassando del tutto quel timore iniziale; quel senso di disagio avvertito al momento del fatidico invito. 

Com’è successo? Come è stato possibile? Per rispondere a queste domande dobbiamo fare una premessa. Al di là delle profezie di coach e formatori, nessuno di noi è un “supereroe”. Almeno non come quelli di Stan Lee. Nessuno di noi è in grado di prevedere lo stato d’animo di quella particolare persona nel momento in cui si sente spaventata all’idea di dover sorpassare un proprio limite. Ci sono tuttavia delle scelte, dalle quali noi di Corefab non possiamo prescindere, che possono mettere le persone a loro agio. Nelle condizioni di poter andare oltre; oltre quell’ostacolo mentale. Con la certezza empirica che laddove quelle persone sorpassassero con soddisfazione i propri limiti, saranno le prime a sentirsi supereroi, generando energia sufficiente per se stessi e per gli altri, e così contaminando il gruppo con il proprio entusiasmo. .

Ora che la premessa è fatta, torniamo alla domanda: come ci siamo riusciti? Scegliendo le persone giuste per organizzare le attività; scegliendo la location ideale e sicura affinché chiunque potesse sorpassare i propri limiti, le proprie paure; e assicurandosi che qualunque delle nostre attività, qualunque dei nostri format, fosse adatto anche per principianti. E parlando di persone giuste, crediamo che il migliore approfondimento possibile su questo tema lo possano offrire Paolo e Maddalena (con cui abbiamo già parlato in questo articolo), accompagnatori di media montagna di Tracciatrekking e responsabili di tutte le attività in natura di Corefab società benefit.

Le attività in acqua affascinano tutti. Rimangono uno dei nostri cavalli di battaglia e i clienti ne fanno spesso richiesta. Grazie a packraft, canoe e altri mezzi, siamo sempre riusciti a far navigare tutti. Allora vi chiedo, quali sono i requisiti minimi necessari che un bacino d’acqua deve avere per essere adatto a tutti. Anche ai principianti?

Paolo: deve avere acque basse e tranquille ed essere circondato da un ambiente calmo. È importante avere un accesso all’acqua, come un pontile o una spiaggetta dove posizionarsi con le imbarcazioni ed entrare facilmente in acqua.

Team building Corefab con TracciaTrekking
Marco Menoncello e Paolo Guarisco preparano le rotte per la prossima attività di team building in acqua

Perché il Lago di Pusiano, oggi presidio fisso delle attività organizzate da Corefab con il supporto di Tracciatrekking, è un bacino ideale? Ci raccontate qualcosa di più su questa piccola meraviglia a soli quaranta minuti di auto da Milano?

Paolo: il lago di Pusiano rappresenta un vero gioiello incastonato nella cornice delle Prealpi lecchesi e del Triangolo lariano, una cornice che favorisce la buona riuscita di una giornata tra colleghi. L’acqua è limpida e poco profonda. Il lago è balneabile e non è permesso navigare con barche a motore. L’ambiente naturale, inoltre, è tranquillo e ricco di canneti e fauna acquatica. Non da ultimo, è presente un’isola che può essere raggiunta e circumnavigata anche da chi ha poca esperienza in acqua.

Nella domanda precedente abbiamo citato per la prima volta il packraft. Di cosa si tratta esattamente e perché è un mezzo ideale per chiunque voglia approcciarsi per la prima volta a questa attività?

Paolo: il packraft è un’imbarcazione monoposto gonfiabile, leggera e facilmente trasportabile. Già dalla prima scivolata sull’acqua si ha la sensazione di essere a proprio agio, perfettamente integrati nell’ambiente naturale. Il fondo piatto dà un senso di stabilità che permette anche ai principianti di pagaiare in tutta tranquillità. È perfetto per l’esplorazione della zona costiera e dei canneti, ma anche adatto ad una sfida tra colleghi!

idee team building in canoa vicino a Milano
Alcuni clienti in acqua sul Lago di Pusiano, Merone (CO)

Capita alle volte che i clienti chiedano di fare attività come gare con moto ad acqua, canyoning, sci nautico. Perché queste attività è difficile che siano assimilabili ad attività di team building? 

Maddalena: le attività che hai citato sono sicuramente piacevoli, ma nonostante si possano svolgere con i colleghi sono individuali. Credo che un’esperienza autentica di team building in acqua richieda di uscire dall’ottica della performance e di sposare la dimensione della lentezza. L’attività in acqua, secondo noi, deve avere le caratteristiche della “sfida dolce”, un approccio soft che è sì sfidante, ma allo stesso tempo distensivo, in modo da creare le basi e il clima che favoriscono le relazioni e il confronto tra colleghi.

Se ci si dà il tempo e l’occasione di staccare dalle preoccupazioni quotidiane per fare spazio ad una nuova esperienza, questa ha un potenziale più alto.

Con riferimento alla domanda precedente, quanto è importante l’elemento tempo, nel senso di durata dell’esperienza? E’ vero che in alcuni casi il poco tempo a disposizione potrebbe trasmettere un senso di delusione soprattutto se non si è riusciti a completare l’esperienza? Ci fai qualche esempio? 

Maddalena: pur non essendoci tempi morti, è fondamentale dedicarsi uno spazio adeguato, non tanto per migliorare il gesto tecnico o per andare più lontano, ma per darsi il tempo di assaporare a pieno l’esperienza in tutte le sue parti, dal briefing tecnico, ai primi tentativi, all’assimilazione dei gesti, permettendole di realizzare le sue potenzialità a livello di singolo e di gruppo. Al contrario vediamo come tempi troppo limitati non concedano all’esperienza di lavorare a livello più profondo, rischiando di circoscrivere il tutto ad un’esperienza con connotazione totalmente diversa.

Ci capita spesso di iniziare l’attività osservando davanti a noi volti preoccupati o tesi e di vederli gradualmente più rilassati durante la giornata. Per noi è una grande soddisfazione approcciarsi a persone che non erano entusiaste all’idea di entrare in acqua e a cui, un paio d’ore dopo, abbiamo dovuto raccomandare di non allontanarsi troppo!

Ogni anno la primavera e l’estate arrivano. E si annunciano sempre più calde. E le richieste aumentano. Aziende che vogliono fare esperienze in natura, aggiungendo dove possibile l’elemento acqua. Soprattutto dopo aver scoperto la qualità del bacino di Pusiano e visto le straordinarie foto delle attività che organizziamo in quell’area. Quale equipaggiamento e vestiario possono consigliare due professionisti con la vostra esperienza?

Maddalena: l’abbigliamento deve essere comodo e leggero, vista la possibilità che possa bagnarsi. Se non si possiedono scarpette specifiche per gli scogli è possibile indossare delle scarpe da ginnastica ed è necessario avere un cambio completo a riva. Portare sempre con sé dell’acqua e una barretta energetica e lasciare a terra o in un contenitore stagno (di cui comunque Corefab è sempre provvisto) gli effetti personali. 

Da non dimenticare la crema solare e un cappellino, anche se la giornata non è particolarmente soleggiata.

Bene. Ora abbiamo qualche elemento in più per capire come affrontare queste esperienze. Per non averne paura. Per imparare ad affrontare tutto con il giusto entusiasmo. E se non sapeste nuotare, nessun problema: qualcuno sarà sempre al vostro fianco. E se riusciste a fare qualche pagaiata anche solo a pochi metri da riva, promettiamo che il fotografo vi immortalerà come se foste stati nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Così da poter raccontare ad amici e parenti la straordinarietà della vostra impresa: “supereroi” fatti e finiti! 🙂

Marco Menoncello, con la collaborazione di Paolo Guarisco e Maddalena Brivio.

Foto: www.unopuntoquattro.it

Orienteering idee.per team building in Lombardia

Orienteering – la competenza dell’orientamento necessaria all’esplorazione di nuovi “percorsi”. In natura come in azienda.

Orientarsi è sempre stato importante. Se persone come Marco Polo, Cristoforo Colombo o Ernest Shackleton non avessero allenato la competenza dell’orientamento difficilmente avrebbero trovato, rispettivamente, nuove rotte commerciali, l’America o la strada per la salvezza. Iniziamo da casi estremi, per raccontare tuttavia quanto anche la più semplice pratica dell’orienteering (una delle attività di team building ancora più richieste) sia adatta per supportare il processo di consolidamento di un team di colleghi in azienda. Questa attività all’aria aperta combina elementi di esplorazione, strategia, problem-solving e cooperazione, creando un ambiente ideale per migliorare le dinamiche di gruppo e le relazioni tra i membri del team. Non ci credete? Proviamo ad approfondire.

Collaborazione e comunicazione

L’orienteering richiede una comunicazione efficace tra i membri del team per coordinare gli sforzi nella ricerca di punti di controllo o obiettivi. Affrontare insieme sfide, prendere decisioni rapide e scambiarsi informazioni sono elementi cruciali per completare con successo i percorsi di orienteering. Questa attività incoraggia la collaborazione, aiutando i colleghi a sviluppare competenze di comunicazione più solide e a imparare a lavorare insieme in modo più efficiente.

Team building corefab .Fiducia e coesione del team
Il team di Medi-Market consulta una mappa di #orienteering al Pian dei Resinelli – luglio 2023

Leadership e pianificazione

Durante l’orienteering, i membri del team devono assumersi ruoli di leadership (nonché le relative responsabilità) per guidare il gruppo verso gli obiettivi comuni. La capacità di pianificare strategie, assegnare compiti e prendere decisioni informate è fondamentale per raggiungere i punti di controllo in modo efficiente. Questa attività offre ai partecipanti l’opportunità di sviluppare e affinare le loro competenze di leadership, incoraggiando il lavoro di squadra e la fiducia reciproca.

Team building Leadership e pianificazione
Il team di Medi-Market, durante la prova di #orienteering, cerca le lanterne la faggeta del Parco del Valentino – luglio 2023

Problem-solving e creatività 

L’orienteering presenta una serie di sfide e ostacoli che richiedono comunque creatività e problem-solving. I membri del team devono lavorare insieme per individuare le soluzioni più efficaci, adattandosi a situazioni mutevoli e trovando percorsi alternativi per raggiungere gli obiettivi. Questa pratica aiuta i partecipanti a sviluppare la capacità di affrontare problemi complessi in modo collaborativo e innovativo.

Fiducia e coesione del team

Superare le sfide durante l’orienteering crea un senso di realizzazione condivisa e aumenta la fiducia dei membri del team nelle proprie capacità e in quelle dei colleghi. Condividere esperienze positive all’aperto aiuta a creare legami più forti tra i membri del team e a rafforzare il senso di appartenenza all’azienda. La fiducia reciproca e la coesione del team sono elementi fondamentali per affrontare con successo le sfide lavorative quotidiane.

Orienteering Problem solving e creativita
Una collaboratrice di Witailer segnala il ritrovamento di una lanterna durante l’attività #TrainYourTeam sul Lago di Pusiano

Gestione dello stress e adattabilità

L’orienteering richiede di operare in ambienti nuovi e spesso imprevedibili. Affrontare situazioni sconosciute e imparare a gestire lo stress e le pressioni durante l’attività aiuta i partecipanti a sviluppare una maggiore adattabilità e resilienza. Queste qualità sono fondamentali per affrontare il cambiamento e le sfide nel contesto lavorativo.

E la scelta di concludere con il tema dell’adattabilità non è stata affatto casuale. A pensarci bene il tema dell’adattabilità è connaturata a qualunque esperienza di team building. Se, come detto in questo altro nostro articolo, circa il 30% delle persone è titubante all’idea di affrontare insieme un’esperienza simile con i colleghi, è anche perché riconosce che per parteciparvi (e stare nel gruppo) sarà sempre necessario dotarsi di grande spirito di adattamento. La necessità di allenarsi in gruppo, all’imprevisto, a nuove condizioni e sfide, è quanto mai fondamentale nel mondo del lavoro moderno, nel quale tutti (e dico proprio tutti) cerchiamo di orientarci per trovare soluzioni che possano essere rilevanti sia economicamente, sia per il benessere personale.

Marco Menoncello

Foto: Unopuntoquattro.it

Il 70% della popolazione aziendale è entusiasta all’idea di fare team building

Il 70% della popolazione aziendale è entusiasta all’idea di fare team building, ancora prima di sapere cosa gli sarà proposto. Cosa dicono gli altri? 

L’attività di team building guadagna sempre più popolarità all’interno delle aziende come strumento per migliorare la collaborazione e generare un clima aziendale positivo. La survey proposta da Corefab società benefit nel corso del 2023 sta rivelando (finirà il 31 dicembre, ndr) che il 70% dei dipendenti aziendali intervistati ammette di essere entusiasta all’idea di partecipare a queste attività prima ancora di sapere con precisione cosa l’azienda ha organizzato per loro; mentre il restante 30% ha mostrato reazioni più contrastanti. 

Favorire situazioni che possano migliorare nel breve e lungo termine il clima aziendale
CoeClerici a Dubai (UAE) per una sessione di sand surfing nel Deserto delle Dune Rosse (novembre 2022)

La ricerca, che ha coinvolto un campione contenuto e comunque rappresentativo di lavoratori provenienti da diverse aziende con le quali Corefab ha lavorato nella prima metà di quest’anno (per un totale di oltre 500 persone tra gennaio e giugno 2023, con un tasso di completamento della survey – anonima e online – di poco inferiore al 90%), ha fornito interessanti spunti anche sull’atteggiamento dei dipendenti che non accolgono tanto favorevolmente l’invito a partecipare ad un’attività di team building. Il 23% del gruppo si è dichiarato titubante all’invito aziendale, mentre solo il 6% ha manifestato indifferenza e l’1% ha espresso apertamente fastidio.

L entusiamo che i team building regala
Il team di Erion balla durante una sessione di #YourBodyIsAPercussion – Milano (settembre 2022)

La maggioranza schiacciante dei dipendenti aziendali che hanno partecipato all’indagine ha dimostrato un atteggiamento positivo nei confronti del team building e dell’idea di partecipare ad una giornata straordinaria. Ciò suggerisce che la maggior parte dei lavoratori potrebbe apprezzare non tanto o solo i benefici che derivano (direttamente o meno) dall’interazione con i colleghi in un contesto diverso da quello lavorativo quotidiano (su quello, ovviamente, bisogna poi lavorare con costanza), quanto piuttosto la disponibilità dell’azienda a favorire situazioni che possano migliorare, nel breve e lungo termine, il clima aziendale.

Secondo gli intervistati entusiasti (abbiamo poi “chiacchierato apertamente” con molti di loro, pur rimanendo nel totale anonimato delle risposte), il team building offre diverse opportunità per costruire relazioni più solide con i colleghi, migliorare la comunicazione, sviluppare competenze di leadership e stimolare la creatività. Le attività di team building, come giochi, sfide all’aperto o workshop collaborativi, offrono un ambiente informale in cui i dipendenti possono interagire e conoscersi meglio. Ciò porta a un maggiore senso di coesione e collaborazione nel contesto aziendale. Insomma, una serie di ingredienti indispensabili per amalgamare il gruppo e per chiarire, una volta per tutte, che la crescita individuale e quella di gruppo sono due facce della stessa medaglia

Il format drinkndraw di Corefab
Uno dei team di Otovo all’esito della sessione di #DrinknDraw presso Corefood Cormano (giugno 2022)

Tuttavia, il sondaggio ha anche rivelato che una piccola percentuale di dipendenti (“piccola” fino ad un certo punto) ha reagito in modo meno positivo all’idea di partecipare all’attività di team building. Il 23%, i titubanti, potrebbe avere alcune preoccupazioni o riserve riguardo all’efficacia o all’utilità di queste attività. Oppure, ancora più semplicemente, potrebbe aver vissuto esperienze precedenti negative che possono avere peggiorato le proprie aspettative. Qualunque sia il caso, l’idea di non avere certezza sull’attività proposta si mischia, indissolubilmente all’idea di non sapere quale potrebbe essere l’esito (o la ragione) per cui l’attività è stata organizzata. Queste presumiamo siano le principali ragioni della titubanza.

D’altra parte, il 6% è anche indifferente: gente che potrebbe semplicemente non mostrare particolare interesse per il team building o potrebbe preferire altre forme di interazione sociale al di fuori dell’ambiente aziendale. Qualcosa – come una semplice pizzata, ad esempio – per la quale tutti si sentono pronti, già preparati; dove il rischio di sorprese o imprevisti è davvero ridotto all’osso. Insomma, una situazione più facile da gestire soprattutto da chi non è avvezzo alle sorprese o non è sempre a proprio agio in una situazione di confronto con gruppo, fuori dall’ordinario. Infine, solo l’1% degli intervistati ha espresso apertamente fastidio all’idea di organizzare/vivere un’attività team building. Questa minoranza potrebbe avere motivazioni personali o preferenze diverse che li porta a non apprezzare le attività di questo tipo. Nonostante l’1% sembri qualcosa di trascurabile, è bene comunque tenerne conto per supportare chiunque facesse fatica ad integrarsi nel gruppo. E in quel caso sarebbe utile capire come accogliere questi colleghi, con lo scopo di aiutarli a vivere anche l’esperienza lavorativa più serenamente. 

In conclusione, siamo certi che le aziende debbano prendere sempre in seria considerazione i diversi atteggiamenti e le esigenze dei dipendenti al fine di creare esperienze di team building significative e coinvolgenti. Attraverso la progettazione di attività adatte a tutti, inclusive e associate ad una comunicazione chiara degli obiettivi, è possibile massimizzare i benefici che queste iniziative possono apportare, promuovendo un ambiente di lavoro sano, stimolante e produttivo per tutti i dipendenti. Ciò non significa che dovrete rinunciare all’effetto sorpresa e raccontare dettagliatamente quali siano le opportunità/idee proposte per fare team building prima della data utile. Sarà magari sufficiente svelare l’attività un passo alla volta, comunicando a tutti che chiunque avesse qualunque perplessità circa l’esperienza programmata potrà serenamente confrontarsi con l’HR o con la persona che, in azienda, sarà la responsabile dell’evento. 

Cosa potremmo desiderare di ottenere in cambio? Che nel tempo, quel 30% di popolazione aziendale non ancora entusiasta possa confluire nel restante 70%, contribuendo ad un processo di costante miglioramento del clima aziendale. 

Marco Menoncello
Importanza fotografie nei team building

L’importanza delle fotografie nell’attività di team building: catturare quei momenti che rafforzano il team.

L’attività di team building è diventata un elemento essenziale per il successo delle organizzazioni e delle aziende. Oltre a promuovere l’interazione e la collaborazione tra i membri del team, queste esperienze offrono una serie di benefici che possono durare nel tempo. E proprio con il desiderio di fare eco, nel tempo, alle attività e a quella piacevole sensazione di energia tra i partecipanti, non possiamo dimenticare che tra gli strumenti più preziosi per catturare e preservare l’essenza di queste esperienze ci sono le fotografie. Ecco perché, alle volte è bene ricordare perché è importante fotografare l’attività di team building e come le immagini possono contribuire a consolidare e valorizzare il lavoro di squadra.

Team building Corefab sulla neve
#SurvivalGames sulla neve con l’azienda Greenflex a Gressoney (dicembre 2022)

Ricordi tangibili che durano nel tempo:

per quanto elementare sia questo concetto, le fotografie consentono di conservare ricordi tangibili dell’attività di team building. Mentre le esperienze possono svanire nella memoria nel corso del tempo, le immagini permettono di rivivere quei momenti speciali. Possono essere conservate e consultate in qualsiasi momento, creando un collegamento duraturo con l’esperienza di team building e rinforzando l’entusiasmo e il senso di appartenenza al gruppo. Ovviamente vale per le attività di team building come per qualunque altra cosa. Ma molti non ci pensano e dimenticano di usare, nel tempo, le foto raccolte, lasciandole in letargo in qualche hard disk. 

team building Milano coesione con Corefab
#DrinknDraw con l’azienda Gecal presso il golf club Chervò di Pozzolengo – BS (giugno 2023)

Promuovere l’interazione e il senso di appartenenza:

di seguito al punto che precede, non dimentichiamo quindi che le fotografie dell’attività di team building possono essere condivise con tutti i partecipanti. Questa condivisione crea un legame più forte tra i membri del team e promuove l’interazione sociale. Le immagini offrono l’opportunità di rivivere insieme quei momenti significativi, di commentarli e di condividere le emozioni vissute. Ciò rafforza il senso di appartenenza al team e crea una connessione più profonda tra i membri. Soprattutto quando l’attività ha funzionato e i colleghi (non solo in foto) sorridono! 🙂 

Strumento per la promozione interna ed esterna:

le fotografie possono essere utilizzate come strumento di promozione interna ed esterna dell’organizzazione. Quando condivise internamente, le immagini trasmettono un messaggio positivo sull’impegno dell’organizzazione nel favorire il benessere dei dipendenti e lo sviluppo del team. All’esterno, le fotografie mostrano un’immagine accattivante dell’azienda, evidenziando l’importanza data alla costruzione di un team coeso e motivato. Possono essere pubblicate sui siti web, sui profili dei social media o utilizzate in materiali promozionali. “Elementare Watson”, direbbe il noto Holmes. Tuttavia le aziende che non fanno questa scelta sono ancora moltissime. E il tema del benessere rimane ancora da esplorare ampiamente. 

Lego team building con Corefab e Daniele Cassioli
#LaSvista con Daniele Cassioli e Marcos Sanchez per Doctolib, a Milano, presso gli uffici di WeWork (luglio 2023)

Valutazione e miglioramento:

le fotografie offrono una prospettiva visiva dell’attività di team building e possono essere utilizzate come strumento di valutazione e analisi. Osservando le immagini, è possibile valutare l’atteggiamento dei partecipanti, l’interazione tra di loro e identificare eventuali aree di miglioramento. Le fotografie possono essere utilizzate come punto di partenza per discussioni e feedback post-evento, consentendo al team di riflettere sull’esperienza e di apportare eventuali modifiche o regolazioni per le future attività di team building. Un modo per dire che, insomma, divertirsi è bene. Analizzare poi il modo in cui ci si è divertito è meglio. Anzi, è incredibilmente utile per capire come le persone si sono relazionate tra loro e come progettare le prossime attività. 

Materiali di formazione e comunicazione:

last but not least, e ancora una volta per quanto scontato possa sembrare, le fotografie possono essere integrate in presentazioni o materiali di formazione relativi all’attività di team building. Possono essere utilizzate per illustrare i concetti, le dinamiche di gruppo e le esperienze vissute. Le immagini rendono il materiale più coinvolgente e permettono ai partecipanti di visualizzare gli aspetti chiave dell’attività. Inoltre, le fotografie possono essere condivise anche con i nuovi membri del team, fornendo loro un’idea visiva delle esperienze passate e dell’identità del gruppo. Un modo 2.0 per dare il benvenuto alle nuove risorse. E fargli sperare che, prima o poi, arriverà anche il loro momento di cimentarsi in qualche esperienza simile, mettendo in gioco il proprio ruolo. 

Ecco perché Corefab garantisce ai propri clienti la possibilità di raccogliere un reportage fotografico delle attività organizzate durante l’anno. Un modo utile anche per staccare la spina, posare il proprio cellulare e fare in modo di concentrarsi su quelle attività, giocose o sfidanti, che richiedono l’impegno di tutti. E soprattutto un metodo assolutamente efficace per immortalare quell’impegno straordinario di cui siamo capaci tutti, fuori dagli schemi dell’organigramma. 

Marco Menoncello
Foto: www.unopuntoquattro.it
Divertirsi per lavorare bene e possibile ed efficace

Team building, divertirsi per lavorare bene è possibile ed efficace,

Team building, divertirsi per lavorare bene è possibile ed efficace

La leggenda narra di un noto direttore HR che, poco dopo l’ingresso nel nuovo millennio, suggerì di prendere in prestito l’idea della chat social per realizzare la chat aziendale. In risposta, qualcuno ai piani alti (più alti) avrebbe improvvisamente tuonato, “siamo qui per lavorare, non per divertirci”. Qualche anno dopo, e con qualche triliardo di messaggi in più, la chat aziendale diventava uno strumento indispensabile e (alle volte) irrinunciabile per agevolare la comunicazione tra colleghi della medesima azienda. 

In modo simile, forse meno leggendario, qualche settimana fa il dirigente di una nota azienda usava le stesse parole per rispondere ad un direttore HR che proponeva di organizzare attività di team building per migliorare il clima aziendale: “siamo qui per lavorare, non certo per divertirci”, ripeteva lui. Come se il divertimento fosse possibile solo prima delle 9:00 o dopo le 18:00. Prima o dopo l’orario di lavoro, per intenderci. Come se avesse paura che tra le 9:00 e le 18:00 un momento divertente potesse trasformarsi in distrazione.  

Qualche tempo dopo, proprio all’esito di un’attività di team building, lo stesso dirigente scopriva alcuni dettagli curiosi sulla popolazione aziendale che vi aveva partecipato. Così forse ricredendosi (questo è quello che speriamo noi) sulle conseguenze del divertimento nel contesto aziendale. 

Attenzione, non fraintendete. Il lavoro è una cosa seria. Molto seria. Ma lo è anche il divertimento. Quindi, lo è anche il modo in cui il divertimento può contribuire al miglioramento delle relazioni. Al miglioramento del clima aziendale. E di conseguenza, al miglioramento dei risultati professionali. 

Noi di Corefab, anche nel 2023 stiamo raccogliendo dati su quanto accade al termine delle nostre attività di team building. Non tanto per controbattere a quella nota esclamazione. E nemmeno per verificare l’indice di gradimento delle nostre attività. Piuttosto per verificare come il divertimento possa contribuire, almeno in parte, al proprio modello di lavoro aziendale, in uno scenario che sempre più deve fare i conti con un tasso d’abbandono delle risorse sempre più incidente. E verificando le considerazioni post evento fatte con i nostri clienti, ci sentiamo di dover condividere alcuni dati con voi. E vi chiediamo di attendere la fine del 2023 per avere la resa dei conti. 

Per esempio, partiamo da una premessa: in modo leggermente più incoraggiante di quanto vi scrivemmo nel 2021 (qui l’articolo a cui mi riferisco), oltre il 35% degli intervistati a gennaio 2023, ammette di non essere particolarmente entusiasta prima dell’attività di team building. 

Estratto del sondaggio Corefab 2023 – risultati complessivi gennaio

Abbiamo ragione noi”, diranno quelli che non erano d’accordo sull’introduzione della chat aziendale o sulla programmazione dell’attività di team building. La verità, invece, potrebbe essere un’altra: ancora una grande fetta della popolazione aziendale, quando è invitata a fare qualcosa di non ordinario, qualcosa che non fa parte della normale routine lavorativa, rimane pensierosa, dubbiosa, perplessa. Ci si chiede perché l’azienda abbia organizzato un momento del genere. Cosa voglia ottenere. O ancor peggio, cosa vogliano sapere da noi. Sì, proprio da te. E laddove l’organizzatore dell’evento perdesse 35 invitati ogni 100, l’obiettivo di progettare momenti di aggregazione speciali, sarebbe sempre più faticoso da raggiungere. Tuttavia, anche in questo caso, e riferendosi esclusivamente ai dati di gennaio 2023, il 98% dei colleghi invitati partecipa stabilmente alle attività straordinarie. Tanto da pensare che quei pochi esclusi (sempre meno) potrebbero esserlo per effettive cause di forza maggiore. 

Quindi, il primo dato sensibile importante è che anche coloro che non impazzivano all’idea di fare un’attività straordinaria, si sono presentati. Bene: “è un ottimo inizio” dirà chi in azienda si occupa di benessere. E considerando che sempre più spesso l’attività programmata con noi è una sorpresa (non ne vengono condivisi i dettagli tra gli invitati prima) significa che l’invito aziendale ha funzionato. Le persone, comunque vada, si fidano della proposta. O di chi l’evento l’ha organizzato. 

Andiamo oltre. 

Secondo i dati in nostro possesso, sono sempre meno le persone che vivono l’esperienza di team building per la prima volta. Certo, qualcuno potrà obiettare che l’intervistato potrebbe aver considerato nel conteggio anche la cena aziendale di fine anno o l’anniversario aziendale con il comico sul palco e la band in fondo allo stesso palco. Si tratta, indubbiamente, di momenti di aggregazione diversi. Considerando tuttavia l’offerta di proposte di team building attualmente disponibili sul mercato, abbiamo motivo di credere che i dati siano sempre più precisi. E sempre più spesso, quindi, i partecipanti, avendo partecipato a più attività nel tempo, potrebbero essere capaci di qualificare l’esperienza come efficace o non efficace. Dove per efficace possiamo intendere la possibilità di conoscere meglio i colleghi, di condividere un momento emozionante, di cominciare a considerare la propria azienda con occhi molto diversi. Più umani.

Estratto del sondaggio Corefab 2023 – risultati complessivi gennaio

A questo punto, riassumiamo:

  • un po’ meno persone di quanto rilevato nel 2021 rimangono intimorite dall’invito a partecipare ad una giornata straordinaria;
  • sempre più persone partecipano alle attività pianificate dall’azienda;
  • sempre più persone, nel tempo, hanno esperienza di cosa significhi fare team building, tanto da comprenderne, almeno all’apparenza, la reale efficacia nel contesto lavorativo.

Non ci rimane che sperare che la maggior parte di queste persone considerino importanti le relazioni sul posto di lavoro come metro di misura del benessere aziendale. Cosa che, a giudicare dai risultati del prossimo grafico (dove il sì è schiacciante) ci fanno presumere che forse, un po’ di sano e organizzato divertimento nella vita di ogni azienda, non può che migliorare i rapporti, unire i colleghi e fare in modo che ci si prenda cura gli uni degli altri, anche e soprattutto in quel lavoro (roba seria) che siamo invitati a condurre, ognuno nel proprio ruolo, tutti i giorni. 

Estratto del sondaggio Corefab 2023 – risultati complessivi gennaio

Insomma, senza nulla togliere alla serietà di cui il lavoro deve essere pervaso, ovunque e comunque, potremmo quindi affermare che siamo tutti qui a lavorare, ma – potendo scegliere – divertendoci. E divertendoci – ne siamo certi – anche il lavoro andrebbe meglio. E quando servisse essere seri, lo si farebbe con maggiore determinazione e impegno. Non fosse altro che per l’alternanza (molto umana, se ci pensate) di momenti diversi. Come nella vita di tutti i giorni. Di tutti i giorni, appunto. Anche quelli lavorativi. 

Ci risentiamo tra qualche mese. E vedremo come prosegue la raccolta dati.

Marco Menoncello
Cose da sapere prima di unescursione in alta quota

Evento aziendale sulla neve? I nostri suggerimenti. 

Evento aziendale sulla neve? I nostri suggerimenti. 

Ipotizziamo uno scenario. Uno scenario altamente verosimile. Il vostro capo, il vostro HR director o chi per esso, ha deciso di organizzare l’evento di fine anno (o di inizio anno nuovo) sulla neve. Una o due notti pernottando in un bellissimo hotel accogliente, a due ore da Milano, a pochi minuti dalle piste. È previsto un meeting per il primo giorno, pranzi e cene, un po’ di relax. E poi, rullo di tamburi, un’esperienza all’aria aperta, un’attività di team building nella neve. Che fosse una novità o meno, qualcuno in ufficio avverte un attimo di panico. Ci si chiede cosa si farà. Ci si chiede soprattutto come ci si dovrà vestire, organizzare, attrezzare. Domande più che lecite, assolutamente ragionevoli. Soprattutto per chi non va in montagna abitualmente. Men che meno con la neve. E che ci crediate o no, stando alla nostra esperienza, si tratta di una grande fetta dei nostri clienti. 

Abbiamo allora deciso di fare alcune domande a Paolo Guarisco e Maddalena Brivio, i nostri Accompagnatori di Media Montagna (AMM) e responsabili di tutte le attività outdoor organizzate da Corefab. Da quelle più semplici a quelle più sfidanti, estive ed invernali. E allora chiediamo a loro qualche informazione in più, con lo scopo di partire tranquilli. Non solo con le cose giuste nel nostro trolley, ma anche con qualche suggerimento interessante per affrontare una qualunque prova all’aperto, in un clima ben diverso da quello cittadino.  

Iniziamo da Paolo. Iniziamo proprio dal clima. Spesso ci si concentra solo sul fatto che il clima, a 1600 così come a 2000 metri, sarà semplicemente più freddo. Sbagliato: il clima potrebbe anche essere più mite del previsto. Perché? E quali considerazioni dobbiamo fare sapendo che, in montagna, il clima è diverso da quello al quale siamo abituati?

Esatto! Il clima in alta quota in inverno non è solo una questione di temperatura. Ci sono altri fattori che influenzano la nostra percezione del freddo e la capacità del nostro corpo di adattarsi alle diverse condizioni. 

Ad esempio, durante una nevicata, difficilmente le temperature potranno essere molto basse.

Da non sottovalutare invece la rigidità di temperatura che possiamo trovare in una giornata soleggiata. La presenza del sole, seppur piacevole, ci espone inoltre ad un forte irraggiamento.

Un discorso a parte lo merita il vento, che è in grado di influire in modo considerevole sulla nostra percezione del freddo, attraverso il fenomeno denominato wind chill.

Per fare un esempio, con una temperatura di -5° e vento intorno a 20 km all’ora, la temperatura percepita dal nostro corpo sarà pari a -12°.

Prima di partire è sempre bene dare un’occhiata alle previsioni meteo, considerando tutti i fattori citati.

Da sinistra, Marco, Paolo e Maddalena alla fine di un’attività sulla neve a Gressoney (AO) – dicembre 2022

Chiedo ancora a te, Paolo. Prima di parlare di come attrezzarsi o come vestirsi, vorremmo sapere perché dovremmo attrezzarci o vestirci in modo particolare. Di norma, cosa possono prevedere le nostre attività outdoor? Quanto durano? 

Un abbigliamento e un’attrezzatura adeguati ci permettono di far fronte alle diverse condizioni climatiche.

Il primo obiettivo è di non far scendere la temperatura corporea, proteggendo in particolare mani, piedi e testa dal freddo, ma anche dall’umidità, considerando il tipo di attività che andiamo a svolgere.

Se, ad esempio, ci aspetta uno spostamento con le ciaspole, è meglio non coprirsi in modo eccessivo e avere sempre un indumento nello zaino che servirà durante le soste per evitare quindi un repentino raffreddamento del corpo.

Se invece l’attività è più statica, non dobbiamo aver paura di coprirci troppo. Potremmo stare all’aperto per 2-3 ore circa.

Un’accortezza relativa al raffreddamento delle mani può essere quella di non toccare oggetti metallici (bastoncini, pale da neve) senza guanti e, in caso si dovessero togliere i guanti per qualche momento, consigliamo di tenerli all’interno della giacca.

Paolo, quali requisiti deve avere quell’area che potrà essere scelta da Corefab per diventare teatro di un’attività di team building di gruppo sulla neve? Come fate ad identificare e riconoscere gli spazi giusti e, soprattutto, a verificare che siano sicure per tutti, anche per i principianti?

Quando si identifica un’area montuosa dove l’azienda vorrebbe trascorrere un paio di giorni e svolgere un’attività di team building, è sicuramente importante valutare le caratteristiche della struttura ricettiva, ma è altrettanto fondamentale identificare nelle vicinanze un percorso adeguato all’attività da svolgere.

La prima valutazione che viene fatta è relativa a:

  • quota, per ridurre al minimo il rischio di non trovare neve in un determinato periodo dell’anno.
  • pendenza del terreno, per agevolare la progressione anche ai meno esperti
  • esposizione del versante, per godere di temperature più miti
  • tempistica dell’attività
  • presenza di impianti di risalita o di un accesso stradale
  • vicinanza dell’albergo o di un rifugio/ristorante in quota

Tutti questi aspetti, unitamente ad un equipaggiamento adeguato, contribuiscono alla buona riuscita dell’attività di team building.

Perché, quindi, è importante attrezzarsi e vestirsi bene?

Per sentirsi a proprio agio durante lo svolgimento dell’attività all’aria aperta, indipendentemente dalle condizioni climatiche. Scaldati dal sole o avvolti da una bella nevicata, la giornata con i colleghi sarà comunque piacevole!

Ora chiedo a Maddalena, un consiglio per tutti, uomini e donne, esperti o meno di montagna: quali sono gli elementi irrinunciabili nel proprio vestiario, per affrontare l’esperienza sulla neve e ricordarla con piacere? 

L’abbigliamento ideale è quello a strati: intimo termico, pile o maglione, giacca impermeabile con cappuccio. Sono inoltre indispensabili scarponi impermeabili e caldi, guanti e berretto.

Non dimentichiamo di portare uno strato caldo in più (l’ideale sarebbe un piumino) da indossare quando non camminiamo.

Se i partecipanti hanno qualche dubbio rispetto all’adeguatezza di un capo o prevedono di effettuare un acquisto, possono contattarci per avere dei consigli.

Ancora una domanda, Maddalena: quanto invece al nostro zainetto? Cosa non dobbiamo assolutamente dimenticare? 

Partiamo proprio dallo zaino, dal contenitore: pratico, di piccole/medie dimensioni. Dovrà contenere:

  • occhiali da sole, anche se il cielo è coperto. Ricordiamoci inoltre di stendere sul viso un po’ di crema solare ad alta protezione per evitare scottature.
  • una barretta e qualcosa da bere. Per me è irrinunciabile un thermos con una bevanda calda!

Infine, non dimentichiamo una buona dose di entusiasmo! La bellezza dell’ambiente innevato e il coinvolgimento di tutto il team renderanno questa esperienza unica!

Gli accompagnatori di media montagna di Corefab, Paolo e Maddalena, durante un evento autunnale in Lombardia.
Marco Menoncello
Team building Servono senso ritmo e partecipazione.

Team building? Servono senso, ritmo e partecipazione.

Team building? Servono senso, ritmo e partecipazione.

Senso

I partecipanti al Master EMMIO di SDA Bocconi cercano il senso in una foto aerea a conclusione di una nostra attività.

Di solito va così: arriva una richiesta, una mail, una telefonata, un WhatsApp sul profilo aziendale. “Vorremmo organizzare un’attività di team building prossimamente; indicativamente per questa data; verosimilmente in questa location”. Noi cerchiamo di essere rapidi, rapidissimi.

Rispondiamo, ci presentiamo, ringraziamo per averci contattato e poi, tirando il freno a mano, chiediamo a tutti: 

come mai volete organizzare questa attività? O più semplicemente, se poteste scegliere una parola chiave che rappresenti l’attuale necessità della vostra azienda, quale sarebbe? Una keyword, una parolina magica che racchiuda il senso di ciò che desiderate ottenere vivendo questa esperienza”

A quel punto l’interlocutore rimane in silenzio, sospira, riflette. E almeno nove volte su dieci risponde così: “beh, vorremmo promuovere la collaborazione. Far comprendere ai colleghi quanto sia importante per andare avanti”. 

Tuttavia, se ci pensate bene, il tema della collaborazione dovrebbe essere già radicato nell’esperienza di team building. Dovrebbe essere qualcosa di connaturato all’attività che andiamo a pianificare. Fatto salvo naturalmente per le esperienze meramente ludiche, di svago, o per le attività che possano essere fatte individualmente senza raggiungere uno scopo comune. La collaborazione, in altre parole, è il pre-requisito dell’esperienza di team building. Deve esserlo. E una volta spiegato questo concetto cerchiamo di approfondire e arrivare al nocciolo della questione: la parola “magica”. Quella cosa che il committente sente che manchi in azienda. O che debba essere approfondita. 

E allorché le risposte arrivano (ascolto, fiducia, tolleranza, l’essere speciale, la peculiarità di ciascuno, l’abbattimento degli stereotipi, la comunicazione, ecc.), non possiamo che analizzarle e costruirci sopra il miglior percorso possibile. Un percorso che consenta ai partecipanti di collaborare per arrivare allo scopo. Arrivare alla comprensione della parola chiave, passando per l’esperienza diretta. E perfezionando, quasi in sordina rispetto al resto, le proprie capacità collaborative in un contesto ben diverso da quello professionale. Un contesto inaspettato. Fuori dall’ordinario. Straordinario, appunto. Qui finisce, almeno per ora, il tema di dare un “senso” all’attività. E l’attività, invece, inizia. 

Ritmo

Durante una nostra sessione di BodyIsAPercussion, i colleghi di CBRE si esibiscono con ritmo ed entusiasmo

Servono anche ritmo e partecipazione. E a pensarci bene, sono due temi strettamente connessi. Senza i quali l’attività non può concretizzarsi. Il ritmo è una nostra responsabilità. Un impegno che noi organizzatori dobbiamo assumerci non tanto per dimostrare l’efficacia delle nostre attività. Quanto piuttosto per trasferire a tutti i partecipanti il concetto di essere indispensabili nel gruppo. Di quanto sia importante il gruppo per lo sviluppo individuale. E senza il “ritmo” difficilmente raggiungeremo il nostro scopo. 

Ritmo, in questo caso, possiamo considerarlo sia in senso proprio – il “metronomo” delle nostre attività, pensiamo ad esempio a quelle di natura musicale – sia in senso lato – il fatto di costruire dei percorsi che prevedano pause o stop solo se programmati, non casuali, per evitare il rischio di disperdere l’interesse e l’entusiasmo dei partecipanti. In buona sostanza, le attività di team building – tutte – non possono prescindere dal ritmo. Non possono prescindere da una costruzione logica, dall’individuazione di un percorso che metta tutti gradatamente nelle condizioni di lavorare, o di collaborare, al raggiungimento dello scopo. E se il ritmo dovesse venir meno, i musicisti si perdono. Volete un esempio? Pensate ad un’attività di team building dove l’azienda, divisa in gruppi, debba attendere troppo tempo per eseguire la sua performance. Pensate ad un’esperienza che preveda un punto di destinazione (non finale, ma intermedio) che l’organizzatore non aveva calcolato. Non certo un imprevisto naturale come la pioggia estemporanea nel mezzo di un’attività. Magari l’aver dimenticato tutti gli attrezzi necessari alla conclusione del manufatto che la squadra dovrà realizzare; l’aver dimenticato di indicare un punto sulla mappa durante una caccia al tesoro; aver dimenticato di spiegare tutte le regole di un’attività poco prima che il timer sia partito. Cose apparentemente banali o sviste cruciali? Nel nostro caso, dobbiamo purtroppo classificarle come delle sviste determinanti. Dettagli che influirebbero negativamente sul ritmo dell’attività e che ci costringerebbero a gestire imprevisti importanti. Effetti indesiderati. Ben poco utili ai fini per cui il team building è progettato.  

Partecipazione 

Un team di Deloitte molto partecipativo alla fine di una sessione di #DrinknDraw.

E poi c’è la partecipazione. Quella cosa che, dicevamo, è strettamente in relazione con il ritmo. Se riesco a tenere il ritmo, sarà più facile promuovere la partecipazione di tutti. O almeno del più alto numero possibile di partecipanti. Insomma, la partecipazione diventa quindi una conseguenza del lavoro fatto prima. Se ho costruito un’attività che abbia un senso, e se quel senso si sviluppa in un contesto che ha ritmo, sarà più facile ambire al coinvolgimento dei partecipanti. Sarà più facile trascinare il team nel mood positivo o riflessivo che un evento del genere dovrebbe avere. E sarà determinante fare attenzione a tutto quello che succede durante l’attività. Sarà rilevante fotografare (non tanto letteralmente) i momenti migliori, più profondi o più complicati rispetto a quella che era l’iniziale richiesta di senso offerta dal nostro cliente. Anche perché, riflettiamoci insieme: se la collaborazione è radicata nell’attività di team building e, quindi, non dovrebbe essere scambiata per il principale o l’unico obiettivo, un output che invece possiamo pretendere dalle nostre attività è la migliore partecipazione possibile di tutti gli attori. Di tutti i colleghi di un’azienda (e affinché possano replicare il modello partecipativo nel mondo del lavoro). Diversamente nel momento cosiddetto di debrief finale, non riusciremo ad avere l’attenzione di tutti. E non riusciremo ad analizzare con interesse e consapevolezza tutte le relazioni, i lavori, gli speech finali di ogni singolo gruppo. Esiti la cui natura non è affatto (e fortunatamente, suggeriamo noi) prevedibile. Così poco prevedibile che richiederà, guarda caso, la migliore attenzione (e partecipazione) di tutti. 

Potremmo pensare ad un paragone verosimile. La musica. Il jazz, in particolare. Quella musica che sembra irregolare e che tuttavia arriva sempre ad una fine dove tutti i musicisti trovano un senso. Il jazz ha ritmo, richiede partecipazione da parte di tutti i musicisti della band, nonché la collaborazione alla ricerca di un senso: i diversi assolo degli strumentisti conducono a finali inaspettati; e solo ascoltandoli, si può giungere alla fine del percorso, ritornando – in musica – al tema principale. Ecco, il vostro team aziendale è come una band che, consapevolmente o meno, suona uno spartito, tiene il ritmo, vuole la partecipazione di tutti e costruisce l’evoluzione del suo percorso in modo del tutto inaspettato, pur tornando sulla fine alla definizione di un senso. Di un tema principale. Senza il quale tutto il processo perderebbe, appunto, di senso. 

E se ci fosse un problema sul percorso? Duke Ellington, noto jazzista, aveva una risposta più che valida: “un problema è una possibilità che ti viene offerta per fare meglio”.

That’s all.

Marco Menoncello
Outdoor team building perche organizzarli

Team building, che ci crediate o no, si usava già nel Pleistocene

Prendo spunto dalla realtà. La mia, se non altro.

Approfitto del libro che mi è stato regalato recentemente. Un saggio, decisamente affascinante, di Annamaria Testa, dal titolo Le Vie del Senso. Sono ormai oltre la metà, ma devo fare un salto indietro, all’inizio del secondo capitolo che si apre con la seguente riflessione.

Il linguaggio verbale umano è la maggiore invenzione della nostra specie e il nostro principale vantaggio evolutivo. Ci permette di pensare, di ricordare meglio, di accumulare e trasmetterci conoscenza. E ci permette di capirci e di cooperare in una molteplicità di forme. 

Noi esseri umani siamo (…) una specie ultra-sociale. E lo siamo perché abbiamo sviluppato un’attitudine ad informare gli altri esseri umani su cose che potrebbero essere utili o interessanti per loro

Utili e interessanti. Ripeto, utili e interessanti. Quali sono quelle cose che potrebbero essere “utili o interessanti” per i nostri interlocutori? 

Forse non è il tema centrale del saggio di Annamaria Testa, ma lo è per noi, organizzatori di team building, che passiamo le giornata spiegando ai clienti quali siano le ragioni per cui sia rilevante organizzare le nostre attività. 

Poiché, lo ripetiamo spesso: nel 99% dei casi (non esagero) alla domanda, “perché vorreste organizzare un’attività di team building? Perché avete pensato a questa soluzione? Cosa vi ha spinto a chiamarci”, la risposta è sempre la stessa. “Beh, pensavo che fosse un’occasione per consolidare la collaborazione”. Certo, lo è, confermiamo noi. Fare attività di team building è un’ottima occasione per consolidare i rapporti, per celebrare la cooperazione tra membri dello stesso staff.

I colleghi di Progesto s.r.l. società benefit si confrontano durante una sessione di #DrinknDraw

Ma a pensarci bene, la collaborazione non è solo un obiettivo. E’ un mezzo che può condurre ad un altro fine. 

Qualunque attività organizzata da Corefab società benefit, o da altri colleghi nello stesso campo, non può prescindere dalla collaborazione. Anzi, la collaborazione nelle attività si respira meglio dell’ossigeno. La collaborazione è indubbiamente l’obiettivo da raggiungere a lungo termine, qualcosa che va allenato con costanza. Se tuttavia dovessimo scegliere degli obiettivi a breve a termine che possano poi condurre alla collaborazione a tutto campo, potremmo scegliere, più facilmente, la conoscenza reciproca?

Scegliere un linguaggio (quello delle attività di team building) per mettere al centro quel “vantaggio evolutivo” che ci permette di comunicare, a differenza di altre specie, anche le emozioni. Anche le perplessità, anche le delusioni, le paure o i “mal di pancia” ai quali si è esposti in azienda. 

Daniele Cassioli si confronta con i collaboratori di Pini Group durante una sessione di #LaSvista

In altre parole, se pensassimo al team building come all’occasione per informare i nostri colleghi su cose che potrebbero essere utili per loro, e se concordassimo che le cose “utili” possono essere anche i nostri racconti personali, avremmo davvero applicato quell’indiscusso vantaggio evolutivo.

E avremmo, già nel breve termine, consolidato una conoscenza reciproca che consentirà alle persone, ai colleghi, al gruppo, di aver cura delle persone intorno a sé non più in quanto colleghi, ma in quanto persone, con le stesse ambizioni, fragilità, dubbi o desideri.

Questo è il piccolo grande segreto dell’attività di team building. Questa è la piccola grande differenza che separa le nostre attività da altre attività che, sul mercato, sono note con la locuzione “leisure experience”.

E che, per loro diversa natura, non concedono il tempo di approfondire le relazioni personali. Ed è giusto così, ma va spiegato: la quantità di offerte online ambigue genera spesso confusione tra i clienti che cercano, per la prima volta, di approcciare l’attività di team building. Se ci fate caso, stiamo ancora sempre parlando di interpretazione del linguaggio. 

Ad ogni modo, ritornando sulle parole di Annamaria Testa, accumulare e trasmettere conoscenza, anche su fatti che solo in apparenza possono sembrare futili (qual è stato il mio sogno da bambino? dove ho vissuto? da quale figura famigliare ho imparato a fare l’una o l’altra cosa? qual è il mio principale ostacolo alla conoscenza reciproca?) è utile, oltre che ampiamente consigliato, per costruire team rispettosi, inclusivi, partecipativi e poi – solo poi – proattivi.

Perché la collaborazione è il fine ultimo. E già la pensavano così, milioni di anni fa, gli homo del pleistocene: capire che collaborare poteva servire a procurare più cibo fu un passo fondamentale. Un passaggio ottenuto senza la maggior dimestichezza che oggi abbiamo – indiscutibilmente – con il nostro linguaggio. 

Oggi che sfruttiamo quel vantaggio quotidianamente, possiamo concederci il lusso di pensare che grazie alla comunicazione reciproca cooperiamo. E lo facciamo meglio. Lo facciamo in una “molteplicità di forme”. E possiamo generare risultati pazzeschi, migliorando il clima in azienda e producendo energia per chi sta intorno a noi. Magari contagiandolo con la nostra voglia di raccontare, con la voglia di stare insieme e creare team. Con il desiderio di dimostrare, continuamente, la nostra ultra-socialità.

Marco Menoncello
Fabio Columbano lavora con Corefab

Skill Games, così abbiamo conosciuto Fabio, il nostro corrispondente sardo

Intervista a Fabio Columbano

Eravamo nella sala meeting di www.corefablocation.it.

Da una parte sedeva Fabio, dall’altra noi di Corefab s.r.l. società benefit. La ragione dell’incontro era interessante per entrambi: Fabio voleva aggiungere alla sua realtà un ventaglio di attività di team building.

Noi cercavamo un partner affidabile ed entusiasta per indirizzare le nostre attività anche alle aziende sarde.
Ognuno di noi aveva buone idee da mettere in gioco, per attivare l’ennesima nuova e curiosa collaborazione. E così è stato, in uno scenario diverso a dire il vero (la Puglia) e con un fondo d’investimento piuttosto noto in Italia (Ambienta sgr s.p.a. di Nino Tronchetti Provera).

Un evento di successo, di cui vi parleremo più avanti.

Più avanti perché oggi vorremmo raccontarvi di Fabio, del suo percorso, della sua C&D Formazione Manageriale, dei suoi principali colleghi: poiché anche questo è stato, e sarà per certo, un intreccio di successo che entrambi vogliamo vivere e perseguire. Con passione ed entusiasmo.

1) Fabio, dico bene o dico giusto?

Dici bene…e giusto, Marco. L’idea del team building (specialmente in outdoor visto che abito in un paradiso chiamato Sardegna) mi frulla in testa da un po’ di tempo.

Cercavo solo un partner serio e qualificato per passare dall’idea all’azione. Il caso ha voluto che a un corso di Public Speaking, organizzato da me a Milano in primavera, abbia partecipato Chiara Marelli di Corefab.

Sentita la sua presentazione, alla prima pausa, le ho proposto un caffè. A questa prima breve chiacchierata, è seguito un incontro nella sede di Corefab qualche settimana dopo. Di lì a poco eravamo già al lavoro per il team building di Ambienta SGR Spa.

2) C&D Formazione Manageriale, quando e come nasce? E soprattutto, perché?

C&D Formazione manageriale nasce nel 2009 su mia iniziativa e del mio ex-socio Giovanni Degortes. Entrambi consulenti del lavoro, volevamo offrire ai nostri clienti (ma non solo) una formazione che facesse crescere loro come imprenditori e, parallelamente, le loro aziende. Nel 2014 le nostre strade professionali hanno preso due direzioni diverse e sono diventato l’unico socio.Tracciamo percorsi per arrivare lontano e, da oggi, la tua azienda può farlo insieme a noi.

3) Chiunque capiti sul tuo sito web rimane affascinato dall’idea del format Fuoriclasse. Ce lo racconti?

Fuoriclasse® | I segreti della motivazione (che è un marchio registrato) nasce una bella domenica d’inverno mentre ero in giro in kayak, in Sardegna. (Parentesi: credo che le idee migliori mi siano venute proprio facendo sport).

Bene, avevo appena letto un libro di Malcolm Gladwel, giornalista e sociologo canadese dal titolo quasi omonimo: “Fuoriclasse | Storia naturale del successo”. Libro che andava ad indagare le vite di tanti personaggi di successo quali campioni dello sport, geni della scienza, virtuosi della musica o businessman milionari. Da qui l’idea di progettare un format di seminari sulla motivazione contraddistinto dalla presenza di un testimonial da intervistare in aula.

A Luglio di quell’anno (era il 2013), partivamo con il primo appuntamento in compagnia di Gavino Sanna, il pubblicitario inventore delle celeberrime campagne per “Mulino Bianco” e Barilla (Dove c’è Barilla, c’è casa), solo per citarne alcune. Personaggio straordinario che ci ha conquistato con mille aneddoti legati agli anni d’oro della TV commerciale.

A seguire, due titani (sempre sardi) dello sport come Gigi Datome e del jazz come Paolo Fresu. Gigi, proprio in quei giorni, firmava il suo primo contratto per giocare in NBA coronando il sogno di una vita. L’emozione e l’entusiasmo – anche di amici e familiari presenti in aula – erano palpabili. Negli anni a seguire, altri ospiti d’eccezione hanno accolto il nostro invito. Rimando al nostro sito per chi volesse approfondire.

4) Perché oggi dovremmo investire tanto nella direzione della formazione?

A questa domanda, rispondo con una citazione illustre “Se la conoscenza può creare problemi, non è certo con l’ignoranza che possiamo risolverli” (Isaac Asimov)

5) Noi di Corefab ripetiamo spesso che #siamotuttiindispensabili: chi sono gli “indispensabili” del tuo team?

Gli indispensabili del mio team sono Gianni, Irma e Virginia. E poi, i miei partner in un’altra avventura imprenditoriale sempre nella formazione come Marta e Massimo. Ma – sullo stesso piano – indispensabili sono i corsisti e le aziende che in tanti anni sono passati per le nostre aule premiandoci con la loro fiducia.

6) Il 3 ottobre scorso abbiamo vissuto la prima esperienza di team building insieme, progettando un percorso di Skill Games Outdoor molto divertente e performante. Al di là dell’attività (di cui parleremo prossimamente) cosa hai visto “dietro le quinte”?

Il 3 Ottobre ho avuto la fortuna di vivere un’esperienza straordinaria a Borgo Egnazia nel team building organizzato per Ambienta SGR Spa. Ho visto all’opera dei professionisti di altissimo profilo come le nostre guide, i nostri fotografi e un team builder come te, da cui ho solo da imparare.

7) Una domanda personale, se possiamo: cosa sognavi fare o essere da bambino? Potevi in qualche modo prevedere questo esito?

Da bambino, come tanti coetanei cresciuti negli anni Settanta, sognavo di fare il calciatore. Sicuramente non immaginavo che un giorno mi sarei occupato di formazione (e ora anche di team building) con una mia organizzazione.

Tra l’altro, essendo figlio di due dipendenti statali, sarebbe stato più “normale” il posto fisso. Ruolo che ho ricoperto per tredici anni, dopo il diploma. Ma che, evidentemente, non era in linea con le mie ambizioni. A questo proposito, ho sorriso nel vedere il film “Quo vado?” di Zalone sul mito italiano del posto fisso.

8) E ora andiamo in Sardegna, il tuo habitat naturale, con una domanda attuale: qual è lo stato dell’arte attuale dell’impresa locale italiana? Quali misure stanno prendendo gli imprenditori per resistere al momento? La formazione che ruolo ha in queste aziende?

Credo che, in questo momento storico, il giudizio sull’impresa impresa italiana sia troppo condizionato dagli ultimi due eventi che ci hanno coinvolto: pandemia e guerra.

Certo è che le PMI rappresentano uno dei punti di forza del nostro Paese e che, anche in queste condizioni difficili, riescono a generare valore e occupazione.

Per parare il colpo aspettando tempi migliori credo che una delle armi da mettere in campo sia – ove è possibile – la razionalizzazione dei costi e una gestione oculata dei conti senza però rinunciare al marketing e alla promozione. Se dicessi di investire in formazione, sembrerei di parte.

Ma questo lo penso sempre e comunque: gli anglosassoni parlano di “life-long-learning”. Ecco, anche noi dovremmo fare questo salto culturale: apprendere e sviluppare competenze di continuo, sia nei momenti di crisi che in quelli di massimo sviluppo.

9) Se potessi offrire un consiglio ad un imprenditore italiano, quale sarebbe?

Non essere mai pigro di fronte alla possibilità di conoscere cose nuove.

Marco Menoncello
www.corefab.it
Corefab Società Benefit

Corefab diventa Società Benefit

Avevamo una missione: creare beneficio comune, con il nostro lavoro.


Semplice a dirsi, più complicato a farsi.


Ci abbiamo lavorato tanto, a lungo, coinvolgendo tutti i partner che potevano aiutarci a comprendere come farlo.
Ora ci siamo riusciti.


Dal 12 ottobre 2021 Corefab è ufficialmente una Società Benefit, ed entra così nel novero delle aziende che scelgono di avere un impatto positivo e significativo nel mondo circostante.


Essere una società benefit significa continuare a perseguire i propri scopi economici, preoccupandosi tuttavia di farlo generando un beneficio comune.

Un beneficio che possa essere rendicontato per dare evidenza del proprio impegno e, soprattutto, per condividere l’impegno con tutta la forza lavoro della propria azienda.

Così, producendo ricchezza, sia economica che culturale.
Così, producendo, nel lungo termine, benessere.

La trasformazione in Società Benefit

La trasformazione in Società Benefit, anche in Corefab, ha agevolato un percorso di crescita, laddove responsabilità e consapevolezza hanno ora una posizione dominante nelle attività che eroghiamo abitualmente.


I concetti fondamentali andavano sintetizzati in un percorso e, per semplificare, abbiamo creato una specie di sillogismo: se riconosciamo che #siamotuttiindispensabili, è importante ricordare che, subito dopo, #siamotuttiresponsabili.


Insomma, ognuno di noi è parte di un processo che, una volta iniziato, deve concludersi insieme. Responsabilmente.
Le iniziative che abbiamo messo nel nostro progetto riguardano tutti gli ambiti di cui siamo autori e portavoce:

  • Team building e attività con le aziende
    • Obiettivo: Crescita della cultura della responsabilità negli ambienti aziendali e tra le persone
  • Territori:
    • Obiettivo: Valorizzare i territori, in particolare quelli marginali e meno frequentati
  • Prodotti/servizi:
    • Obiettivo: Promuovere prodotti e/o servizi che contribuiscano alla maggiore sostenibilità ambientale e sociale
  • Aziende:
    • Obiettivo: Realizzazione di iniziative volte a valorizzare le aziende food sensibili al tema della sostenibilità

L’Assessment

Il percorso di assessment che abbiamo affrontato per la trasformazione in società benefit, ci ha visti coinvolti in un viaggio destinato a comprendere al meglio come valorizzare il nostro ruolo sociale, perseguendo finalità che guardino verso un futuro sostenibile.

Ciò è stato possibile grazie alla società Goodpoint di Viviana De Luca e Nicoletta Alessi e al supporto di Elisabetta Pontello ed Elisa Mastroianni.


Potendo sfruttare le nostre competenze, abbiamo puntato alla promozione del benessere delle persone, attraverso la creazione di consapevolezza sul valore di ciascuno e sulla responsabilità che ognuno di noi gioca nelle relazioni con gli altri, affinché possano esprimere al meglio il proprio potenziale in azienda, a casa, a scuola e nei contesti di comunità.

Un esempio pratico?


Come puoi leggere tra le righe dell’evento svoltosi presso l’Istituto di Istruzione Superiore “Severi Correnti”, la nostra missione è iniziata partendo da ciò che avevamo di più importante, il nostro lavoro e le attività di team building.
Abbiamo capito che la combinazione di questi due elementi poteva generare valore, energia positiva e creare nuove opportunità.


Gli eventi di team building organizzati con le aziende partner ci sono stati di grandissimo aiuto per la raccolta di dati e per iniziare a testare la possibilità di sostenere progetti scolastici ed educativi grazie all’energia accumulata dalle aziende durante gli eventi.

La spinta giusta arriva dalla nostra esperienza


Spazi, location e capitale umano ci hanno dato la spinta per proseguire nella ricerca della strada più corretta per dare vita al nostro ambizioso percorso.


Diventare una società benefit è quindi diventato un dovere morale, prima ancora che una necessità con finalità di carattere economico.

Un dovere nei confronti di un pianeta dove l’impegno per il beneficio comune è al centro delle discussioni internazionali e, ognuno di noi, può davvero fare la differenza.


Laddove queste tematiche rischiano di dividere intere nazioni, il nostro impegno mira ad unire e creare un sistema che, grazie all’impegno di tutti, sia in grado di produrre benefici a catena, in modo costante e ricorrente.


Insomma, quella che era una mera ipotesi nascosta in un hashtag, diventa piano d’azione: quando #siamotuttiindispensabili, allora #siamotuttiresponsabili.


A buon intenditore, poche parole. O un paio di hashtag!

#siamotuttiindispensabili